CON LA PASQUA AL CENTRO

QUARESIMA CON TRE GIORNI IN OSPEDALE

Sembra proprio vero che con l’avanzare dell’età si è esposti a vari acciacchi, anche non previsti.
Mi è sempre piaciuto stare vicino al finestrino, in treno, in aereo e autobus. Mi godo il paeseggio e la gente per le strade dell’immensa città di Lima. Giovedì 12 marzo, contento dell’incontro piacevole con l’Ambasciatore italiano, salgo sul bus pronto a sopportare le 4 ore di viaggio per tornare a Huacho, che è distante solo 150 km. Il finestrino del bus della agenzia San Martin era aperto. Niente di male quando c’è il sole, ma tutto cambia quando scende la sera con vento e freddo che entrano per colpire i miei fragili polmoni. Niente di più naturale che alzarsi per chiudere il finestrino. Al primo tentativo non si sblocca neanche un millimetro, così al secondo. Al terzo, a due mani spingo con forza, niente da fare, è totalmente bloccato, arrugginito dagli anni. Qui succede il patatrac: lo sforzo scuote la mia colonna vertebrale e scende violentemente sulla fascia lombare, sento come un crack accompagnato da dolore intenso. La frittata è fatta, l’età non perdona, come se avessi sollevato un peso da 80 chili. E mancavano due ore per arrivare a casa, distrutto. La diagnosi ai raggi X dice che si tratta di una brutta lombaggine, si salva però la colonna vertebrale. e continua con il suo impegno pastorale e sociale, molto apprezzato in tutta la provincia di Huaura. È guida spirituale nella parrocchia di san Bartolomeo, accompagna i calciatori nel suo campo sportivo in Luriama, appoggia gli studenti piccoli e grandi con la sua vicinanza e aiuta a migliorare le strutture delle scuolette della periferia. Visita i due ospedali della città, propulsore della devozione alla Madonna Stella del mare collocata sulla spiaggia dell’oceano Pacifico. È conosciuto anche come fondatore e diffusore della lingua italiana con l’Istituto San Francesco, creando ponti culturali e umani attraverso l’educazione.

Lombaggine, riposo assoluto, antidolorifici e pazienza, tanta pazienza. Passano i giorni, lievi miglioramenti ma qualcosa sta passando: un blocco intestinale fa gonfiare la mia pancia! Tre giorni in ospedale con notti insonni. Tentativi uno dopo l’altro con pochi effetti fino all’apparire di un dottore amico: “Padre, cosa fai qui?”. Con mani esperte tasta la pancia e subito dà l’ordine: “Un litro d’acqua con questa polverina bianca, un bicchierino ogni 5 minuti e domani sarà sano e salvo” E così avvenne, torno a casa a ‘rivedere le stelle’ come diceva Dante Alighieri. Dopo otto sedute di fisioterapia al miracoloso Centro AVE, torno a camminare a passo lento, dopo quasi due mesi.

Ruth Robles, giornalista

AL RITMO DI PAPA LEONE XIV

Un ammalato deve cercare di ammazzare il tempo per riempirlo di qualcosa di piacevole: leggere un libro e seguire il Papa in televisione. Due libri especialmente: La Storia di Cristo, secondo Giovanni Papini e “la Iglesia en el Perù” del gesuita Jeffrey Klaiber in 560 pagine.
La "Storia di Cristo" è il libro magno della conversione di Giovanni Papini, l’ateo accanito che poi ha messo la sua violenza al servizio della fede. Mi sono soffermato sulla Settimana Santa, scritta con acutezza, genialità e fede. Mi ha fatto del bene per gustare anche da casa la Settimana Santa 2026.
Un mese intero per scoprire le radici profonde della Chiesa in Perù. Le sue radici spagnole (inquisizione compresa) che si scontrano con le radici inca, in vari casi soprapponendosi. Ogni pagina richiedeva tempo e passione, alti e bassi. Momento quasi di trionfo e poi paurose debolezze. Scontro con i vari governi, lotte interne e tanti fiori sbocciati lungo i secoli, dai santi illustri a quelli (direbbe papa Francesco) della porta accanto che hanno tenuto duro, anche senza vescovi e con preti solo per le feste annuali.

Ma è con il Papa Leone XVI che ho vissuto serenamente il tempo della malattia. Ho seguito i ritmi fissi della sua settimana con l’udienza del mercoledì nella Piazza San Pietro con tanta gente, fino a 30.000 per vederlo passare vicino dalla papamobile e poi ascoltare il suo messaggio breve, ripetuto in 8 lingue.
Così anche l’Angelus della domenica con il Papa che si affaccia alla finestra del palazzo papale. Sotto i suoi occhi, ci sono tanti punti colorati di gente di tutto il mondo che ha bisogno di una luce, anche piccola, per continuare il camino.
Con il Papa ho vissuto la Settimana Santa, soprattutto la Via Crucis al Colosseo del Venerdì Santo. Papa Leone ha portato la Croce per tutte le 14 stazioni, al fianco un giovane e una signorina con un candela in mano, belli e solenni nel portamento. Stupenda è la coreografìa televisiva che sembrava guidata dalla luna piena che illuminava il cielo, come fermandosi sopra il Colosseo. Non ho pianto, ma quasi.
Già che parlo del Papa Leone XIV. anticipo la gioia che ho avuto vedendolo , nel mese di aprile, visitare l’Africa, specialmente l’Angola confinante con il MIO ZAMBIA dove sono stato 12 anni. Stessi colori del volto, stessi ritmi liturgici vivaci, stesso entusiasmo nel seguire il Papa come quel bambino di 10 anni con la magliettta gialla che ha corso a piedi nudi per quasi due chilometri fino ad attirare lo sguardo gioioso del Papa.

IL TEATRO DELLA PASSIONE ENTRA NEL CARCERE

Martedì santo, 31 marzo 20226.
Il nostro gruppo teatrale “GLI AQUILOTTI” si riunisce nel cortile della parrocchia per andare tutti insieme al carcere di Carquin, La missione di oggi è questa: portare, con il nostro teatro “Gesù di Nazaret”, il Vangelo ai nostri fratelli privati di libertà.
Un minivan ci porta a destinazione caricando tutto gli strumenti necessari che sono stati già autorizzati, compreso il proibitissimo USB che contiene le musiche e le canzoni del dramma. Così anche i nomi dei 30 attori sono passati sotto il vaglio dell’autorità penitenziaria, con piena approvazione.
Il giovane che rappresenta Gesù già porta a spalla la croce. Alcune persone che stanno in attesa di entrare con i pacchi per i loro familiari, incuriosite domandano: “Chi è Gesù? “Chi è Maria?” Ci ringraziano per il fatto che portiamo il messaggio del Vangelo ai loro figli che stanno dentro il carcere, L’entrata è molto rigorosa. Ci chiamano secondo la lista che hano in mano, mettono un timbro sul nostro braccio, ci chiamano di nuovo e ci timbrano un’altra volta. Un altro controllo interno: ci dobbiamo identificare uno dopo l’altro e mostrare il braccio timbrato. Quelli che entrano per la prima volta, si sentono molto nervosi. Passata la revisione personale, finalmente entriamo. Che respiro!
Arrivati al campetto centrale cominciamo a vestirci come attori, preparandoci per andare in scena. A poco a poco arrivano i nostri fratelli, ognuno con la sua sedia in mano. Momento emozionante: tra loro riconosciamo un amico di gioventù. Abbracci prolungati e lacrime che non si riescono a trattenere. Tutto si ferma, domina il silenzio.

Tutto pronto, anche l’apparato audio. Come sempre, cominciamo la nostra presentazione con una preghiera. Ma questa volta la situazione è diversa, siamo nel posto di cui parla il Vangelo: “Ero in carcere e siete venuti a trovarmi”. In cerchio, allo scoccare del numero 3, eleviamo al cielo il nostro grido: “Cristo, Cristo, Cristo”. Siamo pronti. Si comincia con l’entrata trionfale di Gesù in Gerusalemme. C’è allegria, il battito delle mani verso l’alto e il canto a squarciagola di “Osanna, osanna eh…”. Il pubblico si sintonizza, alza le mani al cielo, riceve Gesù.
Mano a mano che le scene si susseguono, i loro volti cambiano. Il silenzio cresce. Lo sguardo si fa profundo. E arriva il momento della crocefissione. Il rumore del martelllo che colpisce i chiodi nel corpo di Gesù rieccheggia con forza. È il momento di alzare la croce per metterla nel piedestallo, ma c’è un imprevisto: è così alta che tocca il tetto. Subito due di loro si muovono per spostare la base, e altri pure si aggiungono. Attori e spettatori formano un corpo solo per sostenere la croce con Gesù inchiodato.
Restiamo tutti sorpresi, tutti commossi. Questo gesto spontaneo ci svela qualcosa di profondo. Non sono semplici spettatori, sono parte del mistero del Calvario. Quando si arriva al momento di Maria con il suo figlio tra le braccia, il dolore entra in tutti loro. Molti abbassano gli occhi, chissà pensano alle loro mamme, la loro assenza, il dolore condiviso. I loro volti sono tesi nel silenzio.
Ma poi arriva la Resurrezione, ritorna la gioia. Tra battiti di mano, sorrisi e lacrime l’opera finisce. Due di loro, a nome di tutti, ringraziano di cuore dicendo che l’opera li sta aiutando a non perdere la speranza. La regista dell’opera sottolinea che Dio è in mezzo a loro, proprio lì dove tanti pensano che non arrivi. Ricorda anche che padre Antonio, anche se è assente per motivo di salute, li sta accompagnando spiritualmente.
Il direttore parla a loro ricordando che la libertà li aspetta e la vera libertà è Cristo stesso.Terminiamo la nostra missione con il cuore commosso, contenti e in pace. Oggi, senza alcun dubbio, siamo stati con LUI.

Melissa Castillo Moy

SETTIMANA SANTA A SINGHIOZZI

La schiena continua farmi male, devo stare proprio fermo. Altri possono camminare accompagnando la Madonna Dolorosa il venerdì 27 marzo, la prima processione. Segue la Domenica delle Palme con il cammino dell’asinello che accompagna Gesù per le vie di Huacho. Più di uno si è chiesto: “Perchè non c’è padre Antonio come gli altri anni, con la palma in mano, accanto al presidente?”
Solo con la trasmissione in vivo posso accompagnare la processione di Gesù Nazareno, tristissimo, con il Cireneo che l’aiuta a portare la croce.
Ma non posso mancare all’appuntamento del Giovedì Santo, insieme al Vescovo e quasi tutti i sacerdoti della diocesi per la Messa Crismale che racchiude la rinnovazione dei nostri voti.
Con tutte le precauzioni possibili, riesco ad arrivare alla cattedrale per sedermi su un poltroncina, ai piedi dell’altare. Pochissimi movimenti, ma tanta concentrazione allo svolgersi dei riti solenni della consacrazione degli oli per i sacramenti e soprattutto quando il Vescovo ci invita a ripetere il nostro SÌ come nel giorno della lontana ordinazione sacerdotale. Si ritrova una freschezza interiore indicibile.
Più faticosa, ma imperdibile, la presenza il Venerdì Santo alla lettura della Passione di Gesù, al bacio interminabile del crocefisso da parte di tutti i fedeli - una ora e mezzo - la Comunione e soprattutto i momenti lenti e dolorosi quando la Confraternita del Santo Sepolcro stacca Gesù dalla croce per collocarlo nell’urna mentre gli occhi di un migliaio di persone si inumidiscono in un silenzio totale. Parte la processione, ma sono stanchissimo, devo tornare a casa. Seguirò la Via Crucis del Papa al Colosseo in Tv.

La mattina della Domenica di Pasqua, costa lo so che costa, ma non posso non essere in Piazza d’Armi all’arrivo delle quattro statue sacre: Gesù Risorto, la Madonna Dolorosa, San Pietro e San Giovanni. Ci ho pensato su per giorni per riuscire a trovare un posto sicuro dal balcone della pizzeria Bella Ciao, piazzata a poche decine di metri dalla cattedrale. Ho goduto due ore con la gente che aveva invaso la piazza seguendo tutti i dettagli coreografici delle statue, il ritmo di quattro bande musicali, il canto condiviso da tutti (Tu regnerai sempre Signore) lo scoppio dei mortaretti, il suono delle campane a festa. Non posso dimenticare gli applausi interminabili quando una statua dopo l’altra superava l’arco d’entrata della cattedrale. C’era anche la polizia locale a favorire lo svolgimento ordinato di tutto il rito popolare che aveva richiamato famiglie intere e tanti turisti anche da Lima.
Evitando il più possibile il fumo delle incensatrici delle quattro confraternite, pericoloso per me, per ultimo anch’io entro nella cattedrale per concelebrare, seduto sulla mia poltroncina, la Messa pasquale con un giovane sacerdote, pieno di entusiasmo. Cristo è risorto anche per me.
Tocco finale: il pranzo alla casa del Vescovo.
Poi ci sono voluti due giorni di riposo assoluto, ma ne valeva la pena.

LA CENA DEL POVERO A CASATENOVO

Il progetto per appoggiare la scuola “Coronel Juan Valer” di Huacho ha coinvolto ben 5 parrocchie di Casatenovo, prima con la sensibilizzazione poi con iniziative per la raccolta fondi, continuando così la tradizione della Diocesi di Milano che con la “Campagna per la fame nel modo” , ad ogni Quaresima, coinvolgeva tutte le mille parrocchie del territorio dai bambini del catechismo ai fedeli della messa domenicale.
Quest’anno, Casatenovo ha avuto una idea in più: una cena del povero: un piattto di polenta, lenticchie e una bottiglietta d’acqua. Costo da restaurante, ben 15 euro a testa, pagati volentieri a favore di don Antonio e i suoi piccoli amici.
Nel salone della parrocchia di Galgiana si sono ritrovati più di cento persone, felici nel vedere il video di don Antonio dal Perù, ascoltare le parole chiare e vivaci della nipote Giovanna Maria, godere della presenza del parroco e di don Piergiorgio. Hanno mangiato poco, ma conversato molto in un clima familiare invidiabile, senza guardare l’orologio. Felicissimi gli organizzatori del gruppo missionario decanale e, a distanza, anche don Antonio e la direttrice della scuola di Huacho.
Dopo Pasqua arriva la bella notizia: raggiunto e superato il preventivo con la somma di 3200 euro, spediti subito oltreoceano. Alba mi scrive felice: “Un abbraccio Antonio, cerca di non mollare e di stare bene. Forza. Io per ora non mollo... Ciao”
Il bene è contagioso: una parrocchia di Cinisello ha fatta sua la inziativa pro scuola sulla collina.
“Ciao don Antonio, stiamo facendo le chiacchiere di carnevale. Il ricavato vorrei darlo a te per la carità. Mi mandi l'iban a cui inviare la somma nei prossimi giorni?” Dopo una settimana don Andrea Gilardi invia sul mio conto un bel gruzzolo. La gioia del Carnevale favorisce la gioia dei ragazzi di Huacho. Lo spirito missionario di don Andrea era cresciuto nei 9 anni da lui vissuti nella Selva Amazzonica, a Pucallpa, insieme al casatese Vescovo Mons Gaetano Galbusera. È lo spirito dei sacerdoti Fidei donum milanesi, sparsi nel mondo per condividere il ‘dono della fede’.

IL 25 APRILE CELEBRATO OLTREOCEANO

Tutti sanno che gli italiani sono sparsi in tutto il mondo. Quelli iscritti iscritti nelle rispettive ambasciate, con diritto di voto, sono 6,5 milioni. Con radici italiane si stimano decine di milioni nel mondo; in Perù si va dai 500 mila a 2.2 milioni secondo la pagina di Wikipedia. I primi emigranti era arrivati attorno al 1850, come il geologo Antonio Raimondi fuggito dopo le famose ‘Cinque giornate di Milano’ contro gli austriaci nel 1848.
Huacho attualmente vanta l’Associazione NUEVA FAMILIA ITALIANA EN HUACHO e la scuola di italiano intitolata a San Francesco di Assisi. Attualmente si usa la modalità online con Zoom.
La festa della Liberazione del 25 aprile 1945 è data centrale per le due associazioni. Si riscopre la storia triste e lieta della seconda guerra mondiale al ritmo di ‘Oh bella ciao’. Si fanno ricerche storiche, si vedono cinema come “Roma Città aperta” di Rossellini e la conosciutissima “La vita è bella”. Condivido il mio ricordo di bambino di 5 anni che, in braccio a papà, tocca un carrarmato inglese, fermo nel campo di grano a Bevera. Che brivido, scottava il motore. Meno male che era gìa finita la guerra da 5 giorni.

La celebrazione si conclude con una cena, attorno a un tavolo, secondo le tradizioni italiane, con un bel piatto di pasta al pesto, un “ceviche” peruviano, un bicchiere di vino e una torta decoratissima tricolore. Si canta e qualche volta anche si balla, felici. Così anche quest’anno in casa di don Antonio. La canzone preferita questa volta è stata “Mamma Maria” dei Ricchi e Poveri, seguita da “Un italiano vero” di Toto Cotugno.
Ricevo un elegante invito dall’Ambasciatore italiano: “Venga a Lima per la Festa nazionale d’Italia, il martedí 2 giugno, con l’occasione del 80° annivesario della proclamazione della Repubblica”. Avevo atteso da anni questo invito. É stata una bella serata di gala con un migliaio di persone da vari angoli del Perú e delmondo. “Ma come non mi saluti, non ti ricordi di me? Cosí mi dice una elegantissima signora e poi anche un sacerdote in perfetto clergyman. Non li avevo riconosciuti, sempre li avevo visto “vestiti male”. Una risata e un abbraccio. Un clima bello, sereno, internazionale, innaffiato di buon vino, musica classica e un buffet da capogiro. L’Italia é presente in Perú in un modo unico, quasi sottovoce, condividendo le proprie ricchezze e ricevendo il 30% del suo caffé e cacao. W la Repubblica Italiana e W la Repubblica del Perú.

FESTA DELLA MAMMA IN CARCERE

Come una supplica da parte dell’assistente sociale del carcere: “Padre, domani 7 maggio venga per la Festa della Mamma! La sua presenza è essenziale. E porti anche la cantante Adela Garcia”. Pensavo fosse una festa con tutte le mamme degli interni. No, era solo per le mamme e donne del padiglione femmile, comprese le due bimbette di otto mesi in braccio alle loro mamme. Tutta la festa si è svolta nel campetto centrale, molto ben decorato, con un coro polifonico pronto ad allietare l’evento.
Dalla Bibbia ho preso la storia di Anna, la donna sterile che con le sue lacrime, le sue parole sgorgate da un cuore sofferente aveva strappato a Dio un figlio maschio. È Samuele che significa: “L’ho domandato a Dio”. Quel Dio che ha ascoltato il grido d’amor di Anna, la sterile. Ogni bambino è un dono divino. “Certamente Dio ascolterà il vostro grido di dolore”.

Profonde anche le parole del Direttore che aprono il programma della festa, preparata dagli uomini dei 5 padiglioni: canti melodici delle Ande, un inno alla mamma lontana e poi due danze moderne a ritmi velocissimi. Quasi tutti le 70 donne presenti si sentono coinvolte e onorate, ma io noto in prima fila una signora anziana, una nonna, che resta immobile, triste e muta tutto il tempo.
Il clima si surriscalda con l’entrata in scena della cantante di fama internazionale Adela Garcia. Si muove qua e là come una libellula, parla, canta, dialoga per trenta minuti. Davverro riesce ad asciugare le loro lacrime, riesce a farle cantare all’unisono con lei, e soprattutto riesce ad aprirle anche al sorriso e sentirsi orgogliose di essere mamme.
La festa continua con tanti regali personalizzati ad ognuna di loro, grazie a benefattori di Huacho e ai gruppi evangelici che hanno condiviso questi momenti di speranza.
Sono riuscito ad avvicinarmi alla nonna triste che ha alzato il viso con un sorriso dolce. Al collo portava una corona del Rosario, la Madonne è con lei.
La cantante Adela è stata soddisfatissima sia per il mio invito, sia per la nuova esperienza che per l’affetto ricevuto dalle mamme stesse.

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LO SPORT CREA AMICIZIE OVUNQUE

Questo vizio, meglio questa passione è sempre stata parte della mia vita, sia nel giocare che nel fare giocare al ritmo di ‘un Calice e un pallone’.
Da due mesi ho scoperta la Comunitá Cenacolo, nata a Saluzzo (Cuneo) con sorella Elvira, per dare un senso alla vita per giovani che l’hanno persa con la droga. Qui in Perù hanno occupato alcuni ettari di terreno nel deserto di Supe, per trasformarlo con la formula: preghiera, lavoro e comunità. Alla mia prima visita il mio occhio clinico si ferma su uno spiazzo verde. “Cosa è?” “Un campo di calcio, i giovani sono entusiasti, corrono, sudano e migliora la loro autostima”. “Beh, io tornerò con la mia squadra e vedremo chi è il più bravo.”
Dopo due mesi, mi presento con 17 adolescenti del Club Antonio Colombo. Si gioca un quadrangolare con una finale allo spasimo. Io al centro, fermo, come arbitro imparziale. C’è differenza di età e di statura, ma due miei piccoletti scatenati passano tra le gambe dei giovani alti alti. Risultato 2- 1. Il premio: pizze per tutti. Chi le ha portate? Opera della comunità, che prega, impasta, mette nel forno a legna e serve profumate e ottime pizze ad ognuno dei giocatori. Per me una speciale, alla napoletana, autentica.

Il risultato vero non è il 2 a 1, ma l’incontro tra i ragazzi, il conversare, il vedere il centro che ha una cappella, una stalla con 5 mucche, campi di patate, verdure e granoturco, il tutto condito con un’accoglienza gioiosa. Vediamo anche un salone per gli incontri e strumenti musicali per il CRISTOFEST di ogni mese. Musica sgorgata dalla creatività dei giovani stessi, non copiata da modelli americani o euopei.
Già si sta programando la rivincita, allo Stadio 70 di Huacho.

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UN DOLORE E UNA GIOIA

Un ricordo mi scuote ancora e son passati ben 33 anni dal fatidico 28 aprile 1993.
Dallo Zambia mi arriva il messaggio triste di Dancious Mutale. “il mio fratello, amico, eroe e leggenda del calcio zambiano, Kelvin Malaza Mutale è morto. Booom!!!!! Aereo in fiamme, tutta la nazionale di calcio dello Zambia, inabissata nell’Oceano Atlantico, con 30 morti. Continua a riposare in pace, fratello mio. Che giorno quello! Solo Dio può darmi una risposta”.
Kelvin Mutale era un giocatore cresciuto nella mia squadra africana: Aroma Stars - le stelle di Roma. Il dolore è vivo nel mio cuore. Era il centravanti e portava in valigia le scarpette di calcio donate da me. Nel 2005 ho visto le 30 tombe adagiate accanto allo stadio della capitale Lusaka. Qualche lacrima è sgorgata dai miei occhi.

Bella notizia mi arriva invece dalle Ande dove si trova la squadra dell’ Atletico Minero San Marcos, in serie B. Qui il numero 4 è Sneyder Didier Huaman uscito dalla scuola di calcio “Padre Antonio Colombo” nello Stadio70 dove aveva fatti i primi passi a partire dai7 anni, pur venendo dal lontanissiomo borgo del Rontoy. La trasmissione televisiva “Sueños de barrio” nel 2018 aveva dedicato una puntata proprio a Sneyder, la sua famiglia, il mio club e il suo anno passato in Lima tra le riserve del Cristal, di serie A. Il covid aveva rallentato il suo crescere, ma al ritorno della primavera era fiorito di nuovo. Ha 20 anni, il suo sogno resta l’Europa. Non è molto lontana.

DUE STADI MARACANÀ A HUACHO

Il primo è di pura finissima arena come quella di Capocabana in Brasile. È il campo di calcio della scuola ‘Juan Valer’ con le porte fatte con due tubi sottili e una lunga canna da zucchero come traversa. Il pendio della collina fa da tribuna, basta sedersi su un sasso. Il giorno della foto non c´era nessuno in campo ma si notava che fosse molto utilizzato dalle impronte lasciate nella sabbia. So che se lo godono a tutto spiano. Possono giocare anche a piedi scalzi. Da lì nascono i campioni del torneo interscolare provinciale.
Il secondo Maracaná è in centro città, nuovissimo, splendente, con il campo centrale coperto da finissima e resistente erba naturale di un verde intenso, quattri piccoli campetti di erba sintetica, un campo per pallavolo/basket, una salone per la palestra della boxe e una pista azzura di atletica di materiale sintetico (una volta si diceva di tartan). Ci sono tre tribune scoperte per 800 tifosi, mentre i campetti hanno un arco in zinco che li protegge dal sole. Preciso, dal sole, non dalla pioggia che qui quasi non esiste essendo zona desertica.

Sabato 30 maggio, con gioia ho benedetto questo piccolo e colorato Maracanà, a fianco del Sindaco Santiago Cano, felicissimo nel vedere realizzato il suo sogno per lo sport in città. Tante sono le autorità presenti e centinaia di eccitati ragazzi che si sono scatenati subito in partite mozzafiato. Uno spettacolo davvero bello, con migliaia di foto e tre droni che riprendevano dall’alto, mentre varie bande scolastiche diffondevano bella musica.
Per farli sognare, hanno sfilato robusti settantenni della storica squadra locale del ‘Club Juventud la Palma’ che aveva vinto la Coppa Perù nel 1978, con acceso diretto alla Serie A peruviana. Da dove spunteranno i nuovi campioni, dal Maracanà nel deserto con la sabbia o da quello cittadino con l’erba verde?
Già siamo nel mese di giugno, io ho un piccolo sogno: arrivare alla Festa di San Pietro e Paolo, lunedì 29 giugno, per il mio 62° di sacerdozio, qui tra mia gente.

Don Antonio Colombo

Huacho, 7 giugno 2026

Chi sarà il nuovo Presidente del Perù?